Fallito e vincente
La sinistra che si candida a sostituire il centrodestra alla guida del paese dovrebbe avvertire l’esigenza di una ricostruzione storica equanime del berlusconismo. Non solo per scongiurare “la ripetizione pigra di uno schema culturale vecchio” o per un omaggio alla libertà intellettuale ma per darsi ragione di quali idee abbiano alimentato il primato berlusconiano e il suo protagonismo; di come sia riuscito Silvio Berlusconi a rimanere per oltre quindici anni “il dominus incondizionato del sistema politico". di Umberto Ranieri
21 AGO 20

Mauro Calise ha scritto nella introduzione alla nuova edizione del “Partito personale” che, “forte del controllo di Palazzo Chigi, del Pdl e di una parte preponderante dei canali mediatici, il Cavaliere appare imbattibile. Tranne che per il più insidioso dei nemici: se stesso”. E’ veramente così? Il tramonto del berlusconismo è da ricondurre “all’irrompere sulla scena del corpo, materiale e individuale, del leader”? Alle cronache di una vicenda che a sguardi diversi appare vergognosa e dolorosa? Ritengo che la via da battere per intendere la crisi del sistema berlusconiano sia quella indicata da Aldo Schiavone: “Il ciclo economico e politico che aveva determinato il suo successo si è esaurito… il berlusconismo è stato il movimento politico… che ha saputo offrire ad una parte rilevante del paese uno specchio nel quale potesse guardarsi e riconoscersi senza troppa fatica, e addirittura con qualche compiacimento” e aggiunge… “la quasi egemonia della destra si trova ad affrontare una svolta assai ardua, e può essere rimessa completamente in discussione”.
Difficile, se questa analisi è fondata, una riduzione del berlusconismo all’emergere dell’Italia peggiore, cialtrona e senza princìpi. Vale sempre la pena, ammonisce Biagio de Giovanni (memore della lezione di Gramsci), di prendere l’avversario dal suo lato più forte, di non svalutarne le capacità e il carattere. Il berlusconismo è stato un fenomeno storico politico, il suo affermarsi (e il suo declino) lo si spiega riflettendo su alcune cause di fondo.
L’affermazione del centrodestra e il primato di Silvio Berlusconi si realizzano negli anni in cui si produce una rottura “nel sistema di valori riconosciuti, condivisi e accettati che avevano retto la Prima Repubblica”. Questo è un punto di fondo per intendere lo svolgersi della vicenda politica italiana nei due ultimi decenni. Già nel corso degli anni Ottanta si era determinato lo svuotamento del sistema egemonico che aveva dominato la Repubblica. In parte per i mutamenti che si erano prodotti nella struttura del mondo con la crisi e il crollo del comunismo; in parte perché molti degli elementi costitutivi di quel sistema non reggevano più. In questo contesto si fa strada e si afferma il centrodestra. E’ indubbio che la incapacità della sinistra di fare i conti con i mutamenti intervenuti con l’89 e i suoi ritardi politico-culturali abbiano obiettivamente agevolato il successo del centrodestra. Dal punto di vista delle idee messe in campo, il ventennio che si va concludendo “si è dimostrato il peggiore della sinistra italiana, probabilmente dai tempi della sua nascita”. Analizzare le cause di una tale situazione condurrebbe troppo lontano. Vorrei tuttavia fare cenno alle risposte che la sinistra ha fornito ai dilemmi del dopo ’89. La mia convinzione è che abbia pesato sui caratteri assunti dalla sinistra italiana l’antica ostilità alla socialdemocrazia. Ostilità che del resto aveva condizionato anche la svolta promossa da Achille Occhetto dopo la caduta del Muro depotenziandone la portata. Non intendo sostenere che la cultura politica di tradizione socialista democratica non fosse investita da crisi. Ritengo tuttavia che collocare senza incertezze i democratici di sinistra nel campo delle forze socialdemocratiche avrebbe consentito di affrontare con maggiori possibilità di successo la ricostruzione di una sinistra di governo in Italia, fornito un punto di riferimento a milioni di uomini “le cui coscienze furono lasciate come deprivate da una struttura di riferimento”.
Il venir meno di una sinistra culturalmente capace di fare i conti con la nuova geografia sociale del paese, con l’irrompere di una nuova classe media, con le domande di modernizzazione favorì la conquista della scena al movimento di Berlusconi. Il Cavaliere comparve all’orizzonte per riempire il vuoto che si era determinato al centro della società italiana con il crollo dei partiti/pilastri della Prima Repubblica. Indiscutibile in quel frangente l’intelligenza politica dell’operazione: ricondurre in una logica di governo due forze che per ragioni storiche e politiche diverse erano fuori del quadro costituzionale, la destra che proveniva dal Msi e la “durezza barbarica” della Lega di Bossi. Fu un momento chiave della storia politica del paese: prendeva corpo, tra alterne vicende, lo schieramento alternativo alla sinistra, fattore essenziale per l’avvio di una democrazia fondata sull’alternanza.
Il punto su cui a me pare importante interrogarsi è la debolezza dell’azione di governo del centrodestra. Apparve evidente già nella legislatura 2001/2006 che il governo Berlusconi stentava a corrispondere alle speranze di cambiamento che si erano orientate verso l’allora Casa delle libertà. La vittoria di Berlusconi il 13 maggio del 2001 non era stato il frutto di un episodio estemporaneo o di una efficace campagna mediatica. Né a mobilitare l’elettorato era stato il residuo richiamo ideologico della propaganda del centrodestra. Il Cavaliere aveva intuito che avrebbe vinto lo schieramento che fosse riuscito a corrispondere ad una aspettativa di modernizzazione presente nel paese. Aspettative che egli raccolse diffondendo ottimismo sulle prospettive di crescita e la promessa che ad alimentare un nuovo miracolo italiano sarebbero state le riforme e la rivoluzione fiscale.
Le cose andarono diversamente. Non ci fu alcun miracolo, la crescita fu mediocre, l’annunciato corso riformista non si vide. Mentre si riacutizzavano i nodi irrisolti di finanza pubblica rendendo improbabili le promesse di una diversa politica fiscale, crescevano deficit e debito. La politica economica del governo non riuscì a mutare il quadro di un paese che nel contesto comunitario risultava quello a più bassa crescita e a più alta tendenza all’inflazione. Il ritardo nella modernizzazione e nelle riforme si tradusse in un ulteriore declino della capacità competitiva del paese e nella stagnazione. Tutto questo ben prima della grande crisi che avrebbe investito l’economia globale alla fine del primo decennio del nuovo secolo. Né le cose sono andate meglio dopo il successo elettorale del 2008.
In verità la vicenda politica ed economica del paese sembra stretta tra due impotenze. Il berlusconismo nasceva da un “bisogno inappagato di modernità e leggerezza dopo le armature ideologiche della Prima Repubblica e i cambiamenti indotti dalla globalizzazione”. Il Cavaliere comprese che occorreva congiungere destra e modernità. Una impresa del genere comportava la capacità di procedere sulla strada delle riforme e del rinnovamento politico istituzionale del paese. Capacità che il centrodestra ha mostrato di possedere in misura insufficiente. Il conflitto di interessi si è rivelato un insuperabile macigno che ha negativamente condizionato l’esperienza di governo. Ha determinato divisioni e lacerazioni al suo interno. Ha fornito argomenti agli estremismi analitici di parti del centrosinistra e alla lunga ha suscitato ostilità nella gran parte dell’opinione pubblica. Come è stato possibile, da parte di Silvio Berlusconi, non rendersi conto che l’indisponibilità a risolvere il problema avrebbe compromesso il suo ruolo alla guida del paese? Lo stesso è accaduto per quanto riguarda la gigantesca questione della giustizia e del rapporto tra politica e ordine giudiziario. Perché, invece di trascinarsi tra misure ad personam e contrapposizioni laceranti, il centrodestra non ha scelto la via maestra di un organico ed equilibrato progetto di riforma?
Nel campo opposto, giunto al governo nel 2006, il centrosinistra non riuscì a trasformare la delusione per la mediocre esperienza di governo del centrodestra in consenso per il programma di riforme e trasformazioni di cui il paese aveva bisogno. In realtà, la presa del centrosinistra restò a lungo affidata alla crisi della destra più che alla capacità espansiva e propulsiva del proprio progetto. Né seppe trasmettere al paese il senso di una impresa necessaria e urgente per arginare il rischio di un decadimento dell’Italia. Alla stentata vittoria del 2006 seguirono due anni di uno scadente governo dell’Unione, un assemblaggio informe di partiti, partitini e notabili fondato essenzialmente sull’antiberlusconismo. Quello di Veltroni nell’autunno del 2007 fu un tentativo disperato di arginare la controffensiva di Berlusconi dichiarando di presentarsi da solo alle elezioni. Scelta inevitabile quando fu evidente che nel volgere di appena un anno si erano erose le basi di consenso del governo Prodi e lo stesso progetto del Pd rischiava di essere travolto. Con quella scelta si giungeva alla presa d’atto della fine delle coalizioni artificiose. La conseguenza non poteva che essere quella di presentarsi agli elettori con un Pd affrancato da vincoli di alleanze paralizzanti e libero nel dispiegare la propria “vocazione maggioritaria”. Veltroni parlò anche della necessità del reciproco riconoscimento tra le forze che si contendono il governo del paese. Lo sforzo doveva mirare a liberare la politica italiana dal linguaggio dell’odio. Si trattava di una impostazione innovativa contraddetta immediatamente dalla alleanza con l’Idv di Antonio Di Pietro e compromessa del tutto da cedimenti, debolezze, convulse lotte intestine.
Quanto accaduto tra la vittoria elettorale del 2008 e oggi costituisce la conferma che l’avventura politica iniziata con il discorso della “discesa in campo” del 26 gennaio del 1994 si va concludendo. Che ciò accada è del resto fisiologico. Diciotto anni vissuti da protagonista al centro della scena politica è un lunghissimo periodo. E’ accaduto, dopo meno tempo, a leader di altre nazioni (il dramma è che il nostro è un paese in cui, in un modo o nell’altro, restano sul proscenio sempre gli stessi, anche a sinistra). Per il centrodestra e per Silvio Berlusconi il problema sta nel fatto che una legislatura inaugurata da una squillante vittoria appare ormai sprecata. Dove sono le riforme che erano state promesse? Dove i cambiamenti annunciati? Dove l’avvio (almeno l’avvio) di una autentica rivoluzione liberale quale mai l’Italia aveva avuto? “Lo avesse fatto, avrebbe davvero stabilito l’egemonia di una destra matura alla guida del paese. Ma non ne è stato capace… e ormai è troppo tardi ”.
C’è chi ritiene che Berlusconi non fosse interessato ad alcun programma riformatore. Gustavo Zagrebelsky, nel dialogo con Ezio Mauro recentemente pubblicato da Laterza, critica l’uso stesso del termine berlusconismo che a suo giudizio “contribuirebbe a monumentalizzare qualcosa che alla fine si rivelerà come un bluff”. Un fenomeno politico che fino a poco fa è stato sostenuto dal paese nel suo complesso, che ha raccolto consensi al di là di divisioni sociali o professionali viene liquidato come una sorta di “reincarnazione light del fascismo”. Eppure, in un passaggio del dialogo, Ezio Mauro a proposito del berlusconismo fa una affermazione carica di significato: “Non si capisce nulla guardando solo alla prassi, all’istinto del leader… al plusvalore televisivo e neppure alla pura politica… nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza la conquista dell’egemonia culturale. Qui è avvenuto un cambio epocale…”. Parole di enorme portata per intendere cosa sia stato il berlusconismo. Considerazioni che in parte ritroviamo nell’ultimo lavoro di Michele Ciliberto. Nella introduzione alla “Democrazia dispotica” egli scrive: “Berlusconi non ha sistemato, come un vecchio khan, i suoi accampamenti nel deserto: al contrario, ha vinto perché è riuscito a ricomporre intorno alla sua leadership forti e dure… appartenenze politiche e di classe, interpretando, da un punto di vista originale, processi di fondo, di natura patologica, delle democrazie occidentali, affiorati con maggiore velocità e anche virulenza nella nostra società…”.
Se le cose stanno così, perché un declino tanto brusco e repentino? Indico due linee di ricerca: la prima riguarda il precipitare di una crisi di portata imprevedibile che ha investito l’economia globale e da cui non sappiamo come e quando usciremo. Cambia con la crisi la gerarchia delle preoccupazioni e delle aspettative da parte dei cittadini; muta il contesto culturale entro cui si svolge la dialettica politica. Si sta determinando uno scenario che, per la prima volta da quando è entrato in politica, mette Berlusconi non in sintonia rispetto alla maggioranza degli italiani. La combinazione di forte debito pubblico, crescita lenta e fragilità politica ha fatto precipitare la fiducia dei mercati verso l’economia italiana. Occorrono riforme che favoriscano la crescita (senza crescita il problema dei conti pubblici si ripresenterà) ma l’esecutivo non sembra in grado di realizzarle. Si tratta di riforme spesso impopolari o che producono risultati nel medio periodo. Ha ragione Michele Salvati, “non si governa lisciando il pelo ma se si accarezza il gatto contropelo si perde consenso: e Berlusconi non può permettersi di perderlo, terrorizzato com’è dai giudici sempre in agguato” (sarà la sinistra in grado di offrire a sua volta una agenda politica adeguata? Gli interrogativi non mancano). E veniamo alla seconda linea di ricerca: la politica. L’obiettivo proclamato da Berlusconi appariva di estremo interesse: dare vita a un partito che si candidasse a guidare la modernizzazione dell’Italia, costruire la casa politica dei moderati nel solco del popolarismo europeo. La sfida, tra il 2008 e il 2009 sembrava potesse essere vinta. Perché non si è riusciti a procedere in questa direzione? In realtà è emersa una debolezza di cultura liberal/costituzionale con il prevalere di una concezione della democrazia in cui “il volere del popolo” viene invocato contro altre istituzioni e di una torsione populista della leadership non riscontrabile nel moderatismo europeo. Infine, la rottura con Fini che ha lacerato drammaticamente il Pdl e il conflitto con Tremonti, “custode della prudenza fiscale del paese”. Il ministro dell’Economia (di cui sono noti gravi limiti caratteriali) sembrava potesse essere un successore di Berlusconi, capace di garantire l’alleanza con la Lega, il rapporto con settori importanti della economia italiana e con centri di direzione della politica europea. Una possibilità svanita nelle ombre cupe di accuse, sospetti, errori, rivalità.
Nel volgere di un anno, quasi in preda a un cupio dissolvi, il centrodestra sembra implodere. La maggioranza dipende sempre di più dagli umori della Lega. L’alleanza con il partito di Bossi che all’avvio dell’avventura politica del Cavaliere apparve una scelta coraggiosa e intelligente si rovescia nel suo contrario. A ben riflettere la Lega è stata un fattore di conservazione, ha ostacolato riforme liberali, ha imposto una sgangherata riforma istituzionale, il federalismo, da cui c’è il rischio, per dirla con Salvati, che esca un mostro. Qualcosa che complichi ancora di più procedure amministrative già complicate, aumenti ulteriormente la pressione fiscale, paralizzi del tutto la debole capacità di indirizzo della politica economica, provochi seri conflitti tra nord e sud. Intanto la crisi economica non concede tregua. Lascerei perdere il miraggio di governi tecnici così come dispero sulla fattibilità di esecutivi di unità nazionale. I partiti italiani, al contrario di quelli tedeschi, non hanno la tempra né l’autorevolezza per reggere imprese politiche di tale portata. L’ipotesi di un governo di responsabilità nazionale del resto si scontrerebbe subito con pregiudiziali insormontabili. Non c’è tempo per simili dispute. La via potrebbe essere quella di un passaggio di mano deciso autonomamente dal Cavaliere alla guida della sua coalizione. Nella sostanza accadde così con la signora Thatcher che pure la rivoluzione liberale l’aveva fatta sul serio! Ho timore tuttavia che il passaggio dal carisma alla normalità per il Cavaliere appaia, allo stato, arduo. Irrealistica d’altronde l’idea di liquidare Tremonti nell’illusione che il governo possa procedere. E l’Italia, prigioniera di “odi gretti e di ripicchi”, rischia il collasso.
Cosa resta del berlusconismo? Cosa è stato Berlusconi? Solo un uomo di potere per il potere? Un fenomeno politico da mettere tra parentesi? Probabilmente ha ragione Michele Ciliberto, il berlusconismo “si è imposto perché, sia sul piano culturale che su quello linguistico, ha spezzato i confini della politica tradizionalmente intesa; e lo ha fatto, occorre aggiungere, con un lavoro vasto ed organico in cui sono stati intrecciati, in un modo originale e complesso, arretratezze tipiche della storia nazionale italiana ed elementi di innovazione ed originalità”. In realtà il sistema costruito da Berlusconi ha ripetuto vizi e difetti che contribuirono al collasso della Prima Repubblica. E il succedersi frenetico di scandali ci dice di una moralità pubblica non migliorata rispetto ad altri periodi della nostra storia. Questa è la triste verità. Di qui la frustrazione di tanti che a partire dalla metà degli anni Novanta videro nel Cavaliere un leader in grado di condurre il paese su vie diverse da quelle tradizionalmente percorse dalla politica italiana.
di Umberto Ranieri, responsabile per il Mezzogiorno del Partito democratico
di Umberto Ranieri, responsabile per il Mezzogiorno del Partito democratico